Smetto quando voglio

Il controllo che abbiamo su noi stessi è sottovalutato. Ero sicuro che avrei potuto smettere in qualunque momento, e così è stato. Per dire di come ho smesso, tuttavia, dovrei dire prima di come ho cominciato. A volte senti raccontare storie di droga diversissime tra loro, dove tutti i protagonisti dicono però la stessa cosa: “Ho cominciato quasi per gioco”. Il che è inverosimile: a nessuno verrebbe in mente di “giocare” con cristalli ed eroina. Forse intendono dire che sapevano bene di cosa si trattasse: è un gioco rischioso, come il black jack o la zecchinetta, e loro hanno deciso di giocare.
La mia, comunque, non è una storia di droga. E non ho cominciato per gioco. No, io facevo proprio sul serio. Non amavo quella gente; ma i soldi sì, altroché se li amavo. Quelli invece amano chi ama i soldi; così ci siamo capiti subito. A volte si dipinge il malaffare come una scivolata in un burrone, su un declivio sdrucciolevole, una specie di discesa agli inferi che inizia quasi per caso; per errore, o
per imprudenza. Niente di tutto questo: il crimine, invece, è più come la scalata di una montagna: vedi la sommità da lontano, tu cammini, la raggiungi, poi ti guardi intorno e pensi: “Mi basta? O vado avanti?” Non è una slavina inarrestabile, ma una scelta rinnovata di volta in volta.
Manca il respiro qui. Sarà solo il freddo: sembra di stare in Siberia. Forse è così che si sentono i pinguini dopo il tuffo.
Tornando al crimine, quello che effettivamente non sai, quando cominci, è che quelle amicizie possono diventare una palla al piede che, prima o poi, ti porta giù, sempre più giù, facendoti colare a picco come una nave che affonda. Potresti immaginarlo, certo; ma non puoi esserne sicuro. Fa parte del rischio, insomma. Come dicono a Pozzuoli? Chi va pe cchiste mare, chiste pisce piglia. In ogni caso, si tratta di amicizie di cui difficilmente ti vanteresti. E io non mi sono mai vantato né di quelle, né delle cose che abbiamo fatto insieme. Certo, anche la cravatta – adesso intrisa – gioca il suo ruolo: in questi casi, essere quello che parla bene in italiano e non si sporca le mani, ti fa sentire meno
complice e più furbo di tutto il resto della compagnia. Ma neanche per un istante ti illudi di star facendo niente di diverso da quel che fai. La consapevolezza ti accompagna ogni momento; quasi ti aiuta, a rimanere concentrato, determinato, sul pezzo.
Dice che la cosa peggiore è il sale negli occhi. Ma io non sento niente. Sarà perché li tengo chiusi da quando sono entrato. Quanto tempo è passato? E chi lo sa. Ma che importa? Nella mia vita ho fatto sempre quello che volevo. E, alla fine, volevo dimostrare che potevo smettere in qualunque momento.
Ho smesso, infatti. Prendetela come vi pare, io quella vita non la faccio più. Questa specie di bagno pare che non finisca mai. Ma veramente l’acqua è così profonda a Mergellina?

(in La mia sfida al male, ed. Fara, aprile 2016).

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