Il peso dei ricordi

Sono portiere in un albergo a ore. Arrivai qui con mia moglie, trent’anni fa, senza né arte né parte. Eravamo giovani allora. Ne è passato del tempo.
In questo mestiere se ne vedono di tutti i colori. Non è un modo di dire: ne ho viste di gialle, di nere, di rosse, donne venute qui da ogni parte del mondo. Mai da sole. Non posso dire di aver visto tutto nella vita, certo che no. Ma ci manca poco.
Ho visto uomini entrare qui con una, due, tre donne al seguito. Ho visto uomini con uomini (e donne con donne). Coppie di ogni età, ogni razza, ogni aspetto. Poveri e ricchi. Ho visto donne entrare a braccetto con un uomo e andar via con un altro. Il marito e la moglie. Zio e nipotina. Anziani succubi delle loro lolite. Ragazzine
schiave del nonno come del fidanzato. Padri e figli. Ho visto donne entrare qui già belle che pestate, e uscire - se possibile - messe ancora peggio. Ho visto uomini entrare con gatti, cani, oche, conigli. Ho visto e rivisto tutto questo. Tante volte.
Quanti ricordi. Ora che mia moglie, in un certo senso, non è più con me, mi sfila tutto davanti agli occhi lentamente, come se nella mia vita non avessi fatto altro che osservare. Gente entrata in silenzio, uscita urlando. Schiaffi, pugni, strappi; qualche carezza. Qualche mazzetta. Qualche dose. Perché - diversamente da quello che in genere si pensa - non si viene nell’albergo a ore solo per il sesso. Molti ci vengono a rilassarsi, a dormire. Altri vengono a farci i loro affari migliori: la merce più scottante non la si scambia al cinque stelle, ma qui, lontano da telecamere, microfoni, occhi indiscreti. Qui non c’è nessuno. A parte me. Qui non c’è mai il rischio della retata. La polizia, quando viene, è per scopare gratis. O per fare qualche affare. Ma in genere non viene. Avrà anche cose più importanti da fare, che stanare degli amanti, o no?
Ho visto gente con la fedina penale pulita e la coscienza sporca. Ho visto uomini entrare insieme a una donna e uscire da soli con una grossa valigia con rotelle. E già. Cosa credevate? In albergo a ore si viene anche a uccidere. Perché no? Qui nessuno fa domande, nessuno ha visto niente, nessuno si ricorda di te. Tu stesso - che abiti in tutt’altra parte della città e frequenti posti completamente diversi - ben presto ti dimentichi di questa “eccezione”. Ben presto ti convinci che non sia mai successo niente. Ben presto torni ad essere quello di “prima”.
Lo so che l’immagine dell’albergo ad ore richiama l’amenità, la leggiadria, la spensieratezza. Qui anche il più amaro dei tradimenti, visto dal di fuori, sembra qualcosa di comico, per quanto può essere fugace, rattoppato, sgangherato, economico fino alla tirchieria. Ma la morte no, la morte qui sembra fuori luogo. Che dovrebbe essere l’ambientazione ideale per il soggetto di una commedia all’italiana. E invece qui si muore. E si uccide. Più spesso di quanto pensiate. Più di quanto si dica. Più di quanto ci si accorga.
Pregiudicati, incensurati, clandestini, latitanti, sono passati di qui con qualcosa nello sguardo. Ho letto negli occhi di certi assassini la ferocia, l’abitudine, la noia, il gusto, lo sfizio, la sfida, la necessità. A volte, guardandomi allo specchio, mi è sembrato di essere uno di loro. Anche per questo, adesso, voglio andare via. Ora che mia moglie, in un certo senso, non c’è più, voglio farla finita con tutto ciò. Darci un taglio. Andarmene. Domani anche questa giornata avrà già cominciato a essere un ricordo tra i tanti, questo bancone, questo pavimento, questa luce insufficiente sembreranno quelli di un posto come un altro, e non quelli di sempre.
Vado via. È ora. Prendo la valigia ed esco. Accidenti, quanto pesa.

(«Flanerì», 17 gennaio 2011)

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