E. Pettener, Arancio, ed. Meligrana, 2014

«”Cos’è che volevi sapere, bambino?” chiese, mentre si spatolava la bocca con un osso di rinoceronte. “La sua petit fille, sua figlia. Dov’è, per piascere?” - “Mia figlia chi? Ah... quella!” - “Sì, mi può dire, signora, dov’è andata? Son due sciorni che la scerco.” - “Ma che accento strano che hai, bambino. Un po’, come dire… del cazzo, ecco.” - “Sì, ma dov’è?” - “Mia figlia? E che ne so. Cos’ha quella ragazza per la testa, guarda. Una cerca di dargli un’educazione e ’sti ragazzi, e questo è quello che ci guadagna.” - “Sì, ma non può essere scomparsa! Mi dia un indissio!” - Con lentezza inusitata, quella alzò un indice che era una salsiccia, culminata da un’unghia nera come la notte, e indicò la porta d’uscita. “È andata di là”».


Tommaso Arancio è un insegnante di tango che non ha la faccia da “tanguero”; il che vuol dire molte cose, ma una su tutte: che gli piacerebbe tanto fare una bella vita da mantenuto, ma poi non ha neanche quel minimo di coraggio che servirebbe a pagarne il piccolo prezzo. Emanuele Pettener - docente di lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University che ha già all’attivo altri due romanzi, tra cui Proust per bagnanti (Meligrana, 2013), e un saggio sull’opera di John Fante - racconta l’ultima settimana di lavoro del protagonista al «Baja Topón Post», di proprietà della grassona che l’ha circuito fin dall’iinzio e dalle cui grinfie cerca continuamente di scappare (ben sapendo che questo significherà la fine della sua “carriera lavorativa”). Ricorrentemente spruzzata di arancione, la storia è un susseguirsi di trovate caleidoscopiche e battute brillanti, vòlta a colpire il lettore più che ad avvincerlo. Intento che - sacrificando la trama ai fuochi d’artificio - coglie nel segno. Molto buona anche la cura editoriale (con l’unica stranezza della numerazione sulle pagine pari bianche). Consigliato.


E. Pettener, Arancio, ed. Meligrana, 2014, pp. 150, euro 15.

(«Pagina3», 26 luglio 2014)

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