Finalmente

Mi ha detto di sì.
A momenti neanche glielo permettevo. Ero già pronto a oppormi al suo rifiuto con mille argomenti, battute e chiacchiere; per fortuna è stata più veloce di me.
«Sì» ha detto.
E io, che proprio non me l’aspettavo, non sapevo cosa rispondere.
«Solo cinque minuti» ho aggiunto, senza motivo.
«Poi ti riaccompagno a casa».
E: «Giusto il tempo di farti ascoltare una canzone».
«Va bene» ha fatto lei.
Ed era come se non ce l’avesse con me. Come se parlasse, per così dire, in generale.

Ai tempi del liceo, Erika era la più bella della classe. Che dico? Della scuola. In realtà, lei era di quelle ragazze che, dovunque andassero, diventavano subito il centro d’attrazione. Appena entrava, era già la più in vista della festa. E, come tutte le cose molto luminose, metteva istantaneamente in ombra un mucchio di altre cose. Donne, nella fattispecie. Era di quelle che c’erano anche quando non c’erano: nei pensieri di chi sperava che non venisse; nei commenti sprezzanti di chi vi aveva rivaleggiato, e ne era uscita male; nelle attese di chi, illudendosi ogni volta, si diceva che quella — quella — sarebbe stata la volta buona. Nei tentativi, pieni di buona volontà, di chi cercava di togliersela dalla testa, ché non fa per te, ché non è ancora venuto il momento, ché per stare con quella ci vuole il fisico; e — come accade al goloso che ha appena fatto il fioretto — più si cercava di sgombrare la mente dall’immagine di lei, più quella ci metteva radici. Inutile dire che anch’io ci avevo fatto un pensierino, e a lungo. Il mio era del tipo: lasciala perdere, ché non sei alla sua altezza.
E ora siamo a casa mia.
Cioè: non ancora. Infilo la chiave e apro la porta.
«Ho un vinile dei Cure che vorrei farti ascoltare».
Il vinile è vintage, fa scena, fa sangue, fa atmosfera. Tutti amano il vinile.
«Non mi piace il rock — risponde. — Io ascolto solo musica italiana».
Rock, dark, leggera: ci sarebbe da discutere, ma non mi pare il momento. Un altro paio di battute e viene fuori che la questione non è la musica, ma la lingua.
«Come fa a piacerti la canzone, se non capisci cosa dicono?»
Accendo le luci indirette ai due angoli della stanza, la invito a togliersi il soprabito che ripongo, insieme al mio, su una sedia nell’altra stanza. Penso al melodramma, dove parlano tutti in italiano, ma chi riesce a capirci una sola parola senza il libretto alzi la mano.
«Lascia perdere le parole, devi concentrarti sul suono: è più caldo e avvolgente nel vinile» dico, mentre lei si siede sul divano e io vado ad accendere l’impianto. Sollevo il coperchio, tiro fuori a colpo sicuro il doppio Wish in mezzo ai mille che ho sulla mensola, metto il lato B del secondo disco sul piatto.
«Il volume è troppo alto. È tardi» dice, appena inizia a suonare. È sempre stata schietta: non usava mezzi termini, e anche questo la rendeva così speciale. A usare gli eufemismi son bravi tutti. Ma pochi sanno essere tanto genuini. Ricordo che una volta, prima dell’inizio delle lezioni, le avevo chiesto il quaderno di matematica: ero stato assente e volevo copiare i suoi appunti. «È inutile. Sei una capra. Non saresti buono neanche a copiare» mi aveva detto. Non c’era andata piano, no. Ma io avevo visto della tenerezza in quell’immagine della capretta. La trovavo amabile, Erika, anche quand’era brusca.
«Non c’è problema, dura solo pochi minuti» rispondo. E il volume deve essere alto, penso. La musica deve arrivare forte fino a te, se vuoi catturarne ogni dettaglio.
Mi siedo sul divano, di fronte a lei. La guardo e sorrido. Lei mi guarda, a sua volta, con un’espressione enigmatica: come fossimo in autobus e lei si trovasse di fronte a un tizio a cui si vuole dire-e-non-dire.
Chi l’avrebbe detto, vent’anni fa.
Io e Erika Marino. Soli.
Finalmente.

Lo stesso sguardo che aveva un’ora fa, in birreria, con gli amici. La nostra è una di quelle comitive fatte di persone che abitano tutte vicino e che — vuoi per pigrizia, vuoi per autentico piacere — continuano a frequentarsi anche quando l’età avanza. Non c’era più nessuno al tavolo, a parte noi due — erano andati tutti a ballare l’ultimo sudamericano di grido — e io le ho detto:
«Non vai in pista insieme agli altri?»
Un modo come un altro per chiederle il motivo per cui era rimasta con me. Mi sembrava più di un caso.
«Non mi va» mi ha risposto.
L’ho trovata un po’ banale come scusa.

Cerco di concentrarmi sulle note d’apertura, chiudo gli occhi, sperando che lei faccia lo stesso. Se chiude gli occhi, penso, è segno che non è qui solo per ascoltare i Cure. Ma poi mi chiedo come farei ad accorgermi che li ha chiusi, se ce li ho chiusi anch’io. Li riapro. Niente, ce li ha aperti anche lei.
Squilla un telefono.
«È il tuo?» dico.
«No».
Cavolo, è il mio. È la suoneria che mi ricorda — ogni sera, prima d’andare a dormire — che devo versare il mangime nell’acquario. Cose di chi vive da solo. Il volume della suoneria cresce e io ci metto una vita — mi sembra una vita — a recuperare l’apparecchio nel soprabito e a spegnerlo.
«Scusami» dico, tornando di là.
Lei scrolla le spalle. La voce ha cominciato a cantare e mi viene in mente che, forse, dovrei tradurle qualcosa. Spiegarle perché mi piace tanto questo brano.
«To wish impossibile things — faccio io — è la canzone del ricordo. Di quello che è stato e non ritorna; di quello che vorresti, e non sarà mai. Ma il desiderio di ottenere ciò che è impossibile…»
«Metà delle canzoni italiane parla di questo — dice lei. — E l’altra metà parla dell’amore infelice e di lui, o lei, che si accorge del suo errore solo quando è troppo tardi».
Sul serio? mi chiedo. Non ci avevo mai fatto caso.
«Bene… — provo a riprendere. È chiaro che non si sta mettendo proprio come avevo preventivato, ma forse non è ancora troppo tardi. — Qui però c’è qualcosa in più: se ci fai caso…»
Squilla il cellulare. Di nuovo. Il suo, questa volta. Prende il telefono, si alza dal divano, risponde; poi parla, alza la voce, schiocca un «No!» robustissimo e inaspettato, ridacchia, mette la mano davanti al microfono, il tono diventa conciliante, sommesso, si gira un paio di volte da un lato e dall’altro, e infine chiude la chiamata.
Torna a sedersi.
«Dura ancora parecchio?» mi chiede.
«Perché, ti sta annoiando?»
«No, no».
«Vuoi che ne metto un altro?»
«Metta».
«Come?»
«Vuoi che ne metta un altro».
«Ah, certo».
I puntini sulle i, proprio come a scuola. Deve sempre rimarcare che è lei la più intelligente. Ma è giusto: lo è. Mi viene in mente la barzelletta delle due gemelle racchie, dove una — per fare un complimento all’altra — dice: “Io sono quella intelligente”. Erika non è solo bella. È anche intelligente.
«Questo pezzo ce l’hanno rovinato — dico io, alzandomi di scatto e andando verso il giradischi. — Te ne metto un altro».
«Hai qualcosa da bere?» dice lei.
Oddìo, no. Non bevo. L’unica bottiglia che ho nel mobile è un residuo di marsala del periodo in cui mi ostinavo a fare il tiramisù. Deve leggermelo in faccia perché, un attimo dopo, dice:
«Lascia stare, non fa niente».
Cambio lato al disco e riabbasso la puntina.
«Questa è Friday I’m in love — dico, appena comincia a suonare. — Lo so, oggi è domenica».
La mia battuta cade nel vuoto. Lei non mi risponde, continua a giocare col telefonino. Niente da fare, la musica è una questione di sintonia, e qui l’accordo non si è creato. Troppe interruzioni, serata rovinata. Ma non demordo.
«E se ti cantassi quel motivetto di Baglioni che ti piaceva tanto? Qual era?»
«“Strada facendo”».
«Esatto. Prendo la chitarra e ti accompagno, lo canti tu».
Come se stessimo accanto al fuoco, io e te.
«Sono passati vent’anni — dice. — Non ascolto più Baglioni».
«Va be’, ne troviamo un’altra» dico. Se il problema è il repertorio. In due salti, vado dentro, tiro fuori la chitarra dalla custodia e torno a sedermi di fronte a lei.
«Dammi solo un secondo» dico. Una corda via l’altra, le regolo tutte, ora suona perfettamente. Strimpello un giro di do cantando a squarciagola il vecchio ritornello di Bennato, Il gatto e la volpe. È su questo tasto che devo battere: non c’è niente di meglio della musica per far cadere una donna ai tuoi piedi. Del resto, è così che ho conquistato la mia ex: suonando la chitarra, e cantando con lei in riva al mare. In effetti, erano vent’anni fa: in braccio avevo proprio questa stessa chitarra. A un certo punto, prendo a suonare con foga. Forse troppa.
«Scusami, ho perso la penna» dico, chinandomi per raccoglierla.
«Vuoi dire il plettro?»
«Il plettro, certo».
«Eccolo» dice lei, scattando verso il triangolino di plastica colorata e porgendolo a me con un movimento felino che ha del sexy.
Nel prenderlo, le nostre mani si toccano per un attimo. La guardo, mi guarda.
E suonano alla porta.
«Non vai ad aprire?» dice.
«Facciamo finta che non ci sia nessuno — rispondo. — Se ne andranno».
È la prima cosa che mi viene in mente. L’abitudine.
«Ma se è mezz’ora che mandiamo musica a tutto volume!»
Giusto. È passata già mezz’ora, non ci avevo fatto caso. Ha ragione. Poso la chitarra e vado ad aprire. È Grimaldi, l’inquilino del piano di sotto. Me lo trovo davanti in pigiama, con una grossa sveglia in mano. Ama essere teatrale.
«Buonasera signor Grimaldi» dico.
«Più che altro, buonanotte — fa lui, indicando le lancette. Ha visto che ore sono?»
«Stavo solo canticchiando un paio di canzonette con degli amici…»
«Vedo, vedo» fa lui, gettando un’occhiata dietro di me, verso Erika.
Faccio un passo in avanti, socchiudendomi la porta alle spalle.
«Abbiamo quasi finito. Tra una mezz’oretta…»
«Mezz’oretta un corno — sbotta. — Se quando torno giù non ha ancora smesso, chiamo i carabinieri».
«Eeeh, i carabinieri — dico io, accennando un sorrisino, per smorzare i toni. — Che sarà mai, una mezz’ora di musica, di quella buona…»
Se c’è una cosa che mi spaventa dell’età che avanza, è l’incapacità di mantenere il controllo. I vecchi perdono subito la calma, il sangue va alla testa in un soffio e, d’un nonnulla, fanno una tragedia. Di certe inezie, a mente fredda, anche loro riderebbero su; ma il punto è proprio che prendono fuoco in un attimo, d’improvviso, e poi per spegnerli ci vuole mezza giornata.
A un certo punto smette di ascoltarmi; si infervora e comincia a ripetere, a macchinetta:
«Lo vede che ore sono? Lo vede che ore sono? Lo vede che ore sono?» avvicinando sempre di più l’orologio alla mia faccia. Fino a che mi colpisce sullo zigomo — senza farlo apposta, certamente — e mi fa male.
Sento una strana eccitazione schizzarmi in testa, fulminea, come se mi avessero versato dell’acqua minerale direttamente sul cervello. Con la destra gli assesto un manrovescio, che gli fa cadere la sveglia e lo manda lungo sulle scale.
«Ehi» faccio, accovacciandomi, per riportarlo su. Ma quello non risponde. Non reagisce. Mi avvicino. Non respira. Sembra sempre così finto quando, nei film, fanno vedere il tizio che batte la testa e ci rimane secco. E invece è dannatamente facile. Mi allontano — come se prendere distanza mi aiutasse a prendere tempo — torno in casa e lei mi fa:
«Che succede?»
«Niente» dico, chiudendo la porta. Ma non smetto di pensarci. Lei se ne accorge, e incalza:
«Stavi parlando con qualcuno».
E, al sentire quelle parole, non riesco a frenare l’impulso di dare un’occhiata fuori.
«Che fai?» dice ancora.
«Niente — rispondo. — Dò solo uno sguardo attraverso l’occhialino».
«Vuoi dire lo spioncino?»
Quanto è bella, penso, da morire. E di nuovo sento esplodere quella stessa frenesia d’un attimo fa.
«Lo spioncino — dico. — Sì, lo spioncino».

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